La sua è stata non solo una morte filosofica, ma da filosofo antico, l'ars moriendi - anche se non voleva la si chiamasse così - di un laico, pagano maestro di intelletto e soprattutto di anima. Perché alla scommessa, pacata e implicita, di restare pensante, lucidamente pensante e dialogante, di spingere la ricerca razionale fino all'estrema soglia della biologia, si sommava un'incessante attività di ricerca interiore, di introspezione psicologica: un esercizio estremo di quella «visione in trasparenza» di cui aveva parlato nei suoi scritti, e che lo ha portato all'ultima frontiera dell'io in uno stato di continuo ascolto dei messaggi della psiche, e non solo di quella conscia. Uno stato infero, ma sublime, nel senso etimologico latino del termine, sub limine, alla soglia, sul confine.
L'inesauribile curiosità per quello stato, che lo animava e di cui continuamente parlava come di una condizione nuova e sorprendente, era mantenuta a prezzo di un ridotto dosaggio di morfina e dunque di una sofferenza fisica affrontata con assoluto coraggio ma senza ostentazione né retorica, per non rischiare, come diceva, di peccare di hybris. Del resto, con la concentrazione e la lucidità che perseguiva in modo tanto accanito quanto stupefacente, anche il dolore era analizzato in termini sia filosofici sia psicologici, e molto spesso - in sintonia con un altro dei suoi grandi interessi di studio - in termini alchemici. Le immagini del processo di DISSOLUTIO e COAGULATIO e la descrizione in quel linguaggio di altre condizioni psichiche che via via si affacciavano - la RUBEFACTIO immaginativa, che precede la sublimazione nell'estrinsecazione della bellezza, la figura della ROTATIO, nel cui ciclo non si può mai dire cosa è superiore e cosa inferiore - dominavano spesso la parte più strettamente introspettiva e psicologica della sua analisi del morire.
Diceva che le parole gli alleviavano i dolori delle ossa come i cuscini che gli venivano continuamente sistemati nel letto da cui, come sapeva, non si sarebbe più rialzato, e che era stato portato in salotto, al centro della casa, di fronte alla grande vetrata aperta sull'abbagliante autunno del New England. Su un tavolino, a disposizione di chiunque volesse leggerle, una raccolta di poesie giapponesi sulla morte scritte da monaci zen o da autori di haiku. «Una radiosa gradevole / giornata d'autunno per viaggiare / incontro alla morte».
A proposito dei diversi modi di morire , non mi piace, da parte di chi ha scelto di por fine alla propria vita, la decisione di farsi dare la morte da qualcun altro. E quindi non comprendo tutta l'enfasi sul suicidio assistito.
A meno che qualcuno non sia completamente immobilizzato e impossibilitato a fare il minimo movimento.
In condizioni estreme è sempre possibile trascinarsi a una finestra e buttarsi nel vuoto.
Il diritto al suicidio o meglio la libertà di togliersi la vita è sempre esistita. Cioran diceva che precisamente l'idea di potersela togliere in ogni momento era ciò che in più casi l'aveva salvato dal suicidio.
Perché coinvolgere qualcun altro?
Se non si ha il coraggio fisico di farlo, è segno che non è “ancora” il momento di farlo.
adela leibowitz
Un saluto Esterazy, qui..:-)
RispondiEliminaMario
...benvenuto, Mario
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